L’intervista allo storico custode della Kioene Arena che nei giorni scorsi ha ricevuto il prestigioso riconoscimento per la sua attività. Il ricordo della prima maglia, la passione per il volley. «Dopo quasi trent’anni, l’organizzazione di qualunque evento funziona come una macchina perfettamente rodata. Il segreto? Sono tre, ma il primo è la passione»

 

 

Nemmeno il tempo d’iniziare l’intervista che Alessandro La Torre fornisce indicazioni via telefono ai suoi collaboratori. «Vedi?», dice indicando l’orecchio al termine della telefonata. «Adesso hanno inventato pure l’auricolare senza fili, così non si fa nemmeno la fatica di rispondere. Questa tecnologia ci fa correre sempre più veloce». Qualcuno lo chiama “custode”, altri lo definiscono “responsabile logistico” della Kioene Arena, ma lui ha le idee chiare: «sono solo Alessandro della Pallavolo Padova». 53 anni, mentre parla osserva il campo della Kioene Arena dove si sta svolgendo il 61° “Trofeo Luxardo”, la tappa italiana del circuito di Coppa del Mondo di sciabola maschile. Sostiene di aver «poco da raccontare», ma senza nemmeno rendersene conto le sue parole sono un fiume in piena di ricordi, esperienze, impegni futuri.
Nei giorni scorsi La Torre ha ricevuto un Premio Speciale dal CONI di Padova in occasione del Galà dello Sport 2018 svoltosi a Rubano (PD). Un riconoscimento alla sua attività di cui va giustamente molto fiero. «Questo premio per me rappresenta il massimo – dice con il sorriso sulle labbra – perché non capita tutti i giorni di ricevere una targa dal presidente regionale del Veneto del Comitato Olimpico Nazionale Italiano». La sua storia professionale nasce a cavallo tra il 1989 e il 1990, quando la Kioene Arena di oggi era semplicemente il palasport San Lazzaro. «Questo posto l’ho visto nascere – spiega – ma non c’è solo lui. Mi viene in mente il Tre Pini, gli eventi in Prato della Valle, i palasport di tante città in Italia in cui sono stato chiamato per dare una mano».
Com’è nato questo lavoro?
«Potrei dire per caso. Un giorno mi chiesero di poterli aiutare controllando l’ingresso dove transitano coloro che sono accreditati ad un evento sportivo: giornalisti, staff, autorità. Lo presi sul serio fin dal primo minuto, tanto che dopo pochi giorni imparai già a montare il campo. Ho provato a fare un calcolo a mente, ma è davvero difficile. Di sicuro ho montato e smontato campi più di 500 volte».
Qual è l’aspetto più bello e quello più difficile di questo mestiere?
«Dopo quasi trent’anni posso dire che ormai ogni evento è una macchina rodata. Ognuno sa cosa fare a seconda dell’evento ospitato. A volte c’è un problema di organizzazione degli spazi vista la concomitanza con concerti o altri eventi, ma anche questi s’imparano a gestire».
Cosa non deve mai mancare per riuscire bene in questo compito?
«Tre cose: la passione, il non guardare l’orologio e il supporto della famiglia che conosce e capisce quale tipo d’impegno sia. Se manca un solo elemento, probabilmente non sei adatto a fare questo lavoro».
E cosa invece non deve mai mancare nelle sue tasche?
«Forbice, taglierino, cacciavite a taglio, nastro adesivo e fascette. Negli ultimi anni anche un cavo ethernet per internet… a volte lo si tiene in tasca o persino arrotolato al collo».
Tanti sport ma il suo cuore batte per il volley.
«Senza dubbio, anche se ora so allestire un campo per qualunque disciplina, sia all’interno che all’esterno. Il mio primo ricordo però è un piacevole flash. La prima volta mi diedero una polo con la scritta “pallavolo” che però aveva alcuni buchi sul lato sinistro: camminavo tenendo il braccio radente al corpo per non far vedere che era rovinata. Però ero troppo orgoglioso d’indossarla. Probabilmente ce l’ho ancora in soffitta, sarebbe bello ritrovarla».
Qual è il ricordo più bello e il più brutto legato alla pallavolo?
«Il più bello è di sicuro la Coppa CEV che organizzammo qui. Il più brutto invece fu l’anno della retrocessione. Ero in lacrime in uno stanzino insieme al direttore sportivo. Ma va dato atto a Stefano Santuz che da un momento così difficile si trovarono invece le forze per risorgere più forti di prima. Qui si riesce ad ottenere tanto in ogni ambito, soprattutto grazie alla passione».
Cosa le ha regalato e cosa le ha tolto il suo lavoro?
«Mi ha tolto gli anni, perché ora sono più vecchio di quando iniziai (ride, ndr). Ma mi ha dato tutto, davvero tutto. Pur vivendo qui gran parte delle mie giornate, sono stato in grado di crearmi una famiglia, avere dei figli, impostare un gruppo di lavoro con persone che ormai collaborano con me da tanti anni. E’ davvero bello».
C’è qualcosa che le manca?
«Forse i grandi eventi insieme alla Lega Pallavolo, che per me equivale alla chiamata in Nazionale per un atleta. Ricordo tante finali di Coppa Italia, il Volleyland… ma il lavoro alla Kioene Arena è molto e, se ci sono degli eventi in concomitanza, non posso abbandonare questo posto. Non ho mai saltato una partita, mai. A volte posso apparire brontolone, ma tutto è finalizzato ad ottenere il meglio. Anche dopo tante ore, la passione con cui si rimette in ordine è la stessa di quando si allestisce l’evento. Figurati che quando guardo una gara in Tv non so ancora la differenza tra “posto 4” o “posto 6”. A volte nemmeno la vedo la partita. Piuttosto spio le tribune, osservo il modo in cui sono disposti gli adesivi o come è organizzato l’impianto. E’ più forte di me».
Mentre La Torre continua a dare indicazioni ai suoi collaboratori, si congeda dall’ultima domanda con una battuta. «Se ci sarà un nuovo La Torre? Non lo so, bisogna guardare bene sul mercato… Ma è presto per trovare un successore. Ho ancora davvero tante cose da fare qui».

 

Alberto Sanavia
Ufficio stampa Kioene Padova
www.pallavolopadova.com