Intervista al responsabile del settore giovanile della Pallavolo Padova. «Serve la passione e si deve far crescere la persona, non solo l’atleta»  Tra le figure più importanti ma spesso poco conosciute di una Società, vi sono i dirigenti che quotidianamente si occupano di far crescere i propri atleti. Persone senza le quali salterebbero gli equilibri e si perderebbero quei punti di riferimento fondamentali per mantenere viva la struttura organizzativa. E’ il caso di Giorgio Baldin, un uomo che ha dedicato la sua vita al settore giovanile e che ora ne ricopre il ruolo di responsabile all’interno della Pallavolo Padova.Parlando con lui si ha sempre la percezione dell’esperienza in ciò che viene detto e fatto, ma anche della semplicità. E per rendere semplici le cose difficili bisogna essere dei maestri.Quando inizia la carriera di Giorgio Baldin?«Il mio impegno nel volley è iniziato nel 1964 con la Thermomec  Padova, una squadra che passò dall’oratorio alla serie A2. Allora eravamo in 12 amici e riuscimmo nell’impresa di arrivare così in alto. Successivamente si dovette chiudere per problemi finanziari ma poi tornai nel mondo del volley quando mio figlio (Andrea, ndr) scelse la pallavolo come suo sport. Cominciai a collaborare con la Sempre Volley e  oggi con la Pallavolo Padova».Qual è il merito che lei e tutto lo staff del settore giovanile avete avuto per arrivare ai bei risultati di questa stagione?«Abbiamo coinvolto tante persone, prevedendo doppi allenatori in ogni formazione, inserendo anche la figura dei dirigenti accompagnatori. Abbiamo poi la fortuna di far parte di una Società come la Pallavolo Padova che ci fornisce degli impianti che sono tra i migliori che si possa desiderare per la nostra attività, così come il supporto di fisioterapisti e dello staff medico che già opera con la prima squadra».Quali sono le caratteristiche fondamentali per essere un bravo dirigente nel settore giovanile?«La passione. Per chi lavora in questo campo, spesso si fa del vero e proprio “volontariato” ed è fondamentale che ci sia l’apporto di persone entusiaste. Bisogna essere amanti della pallavolo, capire bene quale ruolo si ricopre e mettere l’anima in ogni azione che si compie quotidianamente».Cosa la rende più orgoglioso del lavoro che state svolgendo con la Pallavolo Padova?«Che abbiamo tutti atleti padovani. E’ una scelta ben precisa, che mira a seguire l’atleta a 360° gradi. Le nostre squadre non sono composte di atleti che arrivando da tutta Italia, ma da ragazzi che seguiamo da vicino nel territorio. Per certi versi è un lavoro molto più impegnativo e faticoso, ma la soddisfazione è tantissima. Sarebbe troppo semplice andare in altre città e selezionare i giocatori migliori solo per arrivare prima ad un risultato. Nel nostro ideale di settore giovanile vogliamo far crescere la persona, non solo l’atleta».Progetti per il futuro?«Proseguire nell’attuale lavoro e far crescere questo settore giovanile come abbiamo sempre desiderato. Personalmente, dopo più di 50 anni di attività, sarei contento che qualcuno iniziasse a crescere anche come dirigente per cedergli il posto. Spesso mia moglie mi rimprovera che passo più tempo in palazzetto che a casa. Ma, proprio perché amo quello che faccio, fino a quando non saprò di lasciare questi ragazzi in buone mani, io  non mollerò».Dal settore giovanile di Padova sono nati tanti campioni di questo sport. Ad oggi è più facile o più difficile trovare un “nuovo” campione?«Penso che da qui in avanti sarà più facile. Anche perché le grandi Società non riescono più a fare i grossi investimenti di una volta e di questo ne beneficia il vivaio. Certo però che si torna sempre al punto di prima: il grande campione lo devi coltivare, seguire da vicino nella vita sportiva e in quella personale di tutti i giorni. Vi racconto un episodio emblematico. Ricordo un ragazzo che all’epoca interessava molto, che aveva grosse potenzialità. Spesso la famiglia non poteva portarlo agli allenamenti e quindi da Padova a Torreselle di Piombino Dese il sottoscritto o qualche altro dirigente doveva farsi un bel po’ di strada per permettergli di coltivare il suo talento. Se non ci fosse la passione di coloro che lavorano coi ragazzi, certi talenti andrebbero persi».Per curiosità, come si chiamava quel ragazzo?«Si chiamava Andrea Zorzi». Alberto SanaviaUfficio Stampa Tonazzo Padovapallavolopadova.com